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Signore delle cime

Un eventuale sottotitolo o frase guida dell'opera

Sinossi

Il Paese, come tutti quelli coinvolti, vive nell’angoscia di una guerra che pare interminabile. La già difficile situazione diventa drammatica quando viene firmato l’armistizio dell’otto Settembre millenovecentoquarantatre. Ora non si combatte più al fronte lontano ma di paese in villaggio, di contrada in quartiere, e di rione in via. Il nemico, entrato senza combattere per via dell’ex alleanza, è ovunque, sparso in ogni dove come gramigna nei campi. L’invasore tradito conficca i suoi artigli sudici nelle carni delle povere genti inerti e senza colpa. Non c’è casa né fortificazione che possa impedire l’irruenza e la prepotenza di una forza assassina guidata da un folle sanguinario, intenzionato a conquistare il Mondo. Schiacciati nella morsa mortale della guerra, diveniamo noi stessi un campo di battaglia. Saccheggiati e perseguiti dai Tedeschi intenti a sopprimerci ed impadronirsi di ciò che ci appartiene, soggiacciamo agli incessanti bombardamenti che gli Alleati perpetrano al fine di non fare dilagare la cancrena nazista. E’ in questo clima di disperazione, ferocia, ed estrema ingiustizia che l’Onore dell’Italiano riaffiora dalle macerie e dal fuoco d’un Paese in ginocchio. Nelle città sfigurate e nei villaggi rastrellati inizia a brillare una scintilla che s’avvampa d’un asolo di Dignità. A queste poche pagine è affidata la memoria di un manipolo d'uomini e il ricordo della loro impresa.

Non si combatte sospinti da ideologia politica, né si soppesa il credo del singolo paesano, ma ci si immola completamente, com’è consuetudine di questi Uomini, per salvare chi non è in grado di difendersi. In sostanza la vera e pura essenza dell’Eroe.

Estratto di Lettura

Di seguito un'anteprima tratta dal Primo Capitolo dell'opera:

Capitolo 1 — L'Inizio

L’acqua crepitava sui tetti, segnando e sgrossando sbiadite tegole cariche di muschio e muffa. Per una notte i gorgheggi del tuono avrebbero preso il posto al rombo degli aerei ed il conto dei secondi avrebbe insindacabilmente misurato la distanza dell’imbattersi dei fulmini al suolo. Nessun sibilo a precedere il boato, il bagliore, e lo scoppio disastroso d’una bomba scellerata ma un chiaro lampeggio ad incorniciare un piccolo borgo incastonato in una roccia carsica. Diaspro sul quale la più spietata delle cornacchie aveva eretto il suo nero nido.

La guerra aveva preso i più forti giovani ormai da tempo ed il paesetto, come ogni villaggio nei secoli della storia, vedeva vivervi in grembo solo coloro che più non erano idonei alla milizia, le donne, e di queste i figli non ancora maturi.

L’inverno stava per stendere le sue grinfie ghiacciate sui corpi smagriti di quelle povere genti, abbandonate a se stesse per la mancanza di un governo presente, sferzati dagli attacchi pressanti del fuoco alleato, spesso incurante di tutto pur di raggiungere lo scopo prefisso, e, dopo l’armistizio dell’otto Settembre, invase da un ex amico rancoroso e sprezzante, incattivito per il tradimento subito.

In questo stato di smarrito scoramento, come la quercia che sorge tra la crepa d’una roccia granitica, frutto d’unico seme intrappolato tra il guano d’una cesena, nacque la resistenza.

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