Cá del Mago
Sinossi
Una parola scritta sulla busta d’una lettera destinata al macero attira l’attenzione di un giovane studioso. L’indizio sarà la chiave giusta per aprire lo scrigno della sua memoria e svelarne un contenuto inaspettato. Il prezioso oggetto ritrovato lo convincerà a consultare registri, diari e manoscritti di Cattedrali, Pievi, Chiese e Chiostri e da queste ricostruire una vicenda leggendaria. Due monaci hanno il compito di prelevare un uomo esiliato e condurlo alla prima tappa d’un lungo viaggio che lo porterà a raggiungere un luogo del quale nemmeno loro conoscono l’ubicazione. Il cammino è diviso in tappe e, ad ognuna d’esse ci sarà l’avvicendamento della scorta e la consegna d’una missiva al misterioso personaggio; essa serba la nuova destinazione. L’avventura mirabolante di un viaggio veramente intrapreso da quest’uomo cui l’ingegno e la storia regaleranno l’immortalità.
Estratto di Lettura
Di seguito un'anteprima tratta dal Primo Capitolo dell'opera:
Guardavo del fumo la voluta uscire dalla marmitta del trattore e dirigersi, inzaccherandolo, verso il terso d’un cielo frustato nottetempo, mentre il coltellaccio apriva la via al vomere che, vigoroso e sadico, rivoltava la terra con piacere e dovizia. Osservavo l’andirivieni incessante di quel solipede ferrigno dagli arti cingolati e dal cuore a camme; espressione d’un battito così vigoroso d’opprimere d’ogn’altra cosa il sibilo. Come avesse il compito di tessere un arazzo prezioso, il cavaliere lo dirigeva con attenzione e, con caparbia precisione, riprendeva il solco ad ogni passata, mutando, come il cambio d’una pelle di serpe, il verde manto compatto in grosse zolle marroni che s’adagiavano sul loro stesso fianco. Nonostante il rumore assordante e l’inconfondibile odore di nafta abbrustolita, biascicata e digerita riempisse il mio piccolo naso e rendesse periglioso il respirare, dal terzo giro, m’accostai al colosso sbuffante e lo seguii nel suo cadenzato isocronismo, come il più fedele staffiere.
Camminargli accanto era fare parte del tramestio e gradire, ogni qualvolta la brezza cacciasse l’afrore innaturale della combustione, del profumo scaturente dell’elemento madre d’ogni specie. La terra odorava di buono, mistura finissima di sale e zolfo, l’anima concreta e decisa di chi sopporta la nostra presenza e bizzarria da millenni.
Nell’ultimo tratto del lavoro, quello adiacente alla cavedagna, ultimo atto della mia fantasia agrimensoria, il voltaorecchio rivoltò una zolla diversa dalle altre; infisso in essa, come scheggia di granata a dilaniar le carni, un lucente oggetto attrasse il mio curioso sguardo. Mi precipitai veloce come fosse cosa d’effimera durata o materia bramata da profondi occhi e leste mani a servizio d’ingordi picari. Come il più ladro dei pennuti ne ghermii la sostanza, estraendola da colei che, da chissà quanto, la serbava al petto. L’osservai ingenuamente, contento dell’inaspettata sorpresa, inconsapevole di ciò che avevo tra le dita di quelle piccole mani adorne di polvere e fango. La pulii e, per un poco, vi giocai, poi, volubile com’ogni altra di bambino, la mia mente se ne dimenticò, irretita e rapita da una nuova scoperta della vita principiata. Rimase nell’oblio, in un cassetto cui serbavo le “reliquie” della mia infanzia; carabattole ammassate come un capitale per un futuro a venire, cui l’unico frutto derivava dal fiore della ruggine e dal verde cupo dell’ossido.
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